Abeat for Jazz

Vittorio Mezza è pianista ben preparato e con un interesse aperto al mondo del jazz, ma anche ad altre musiche, pop e contemporanee. In più sa scegliere i suoi collaboratori. In questo disco, ad esempio, coinvolge un contrabbassista solido e versatile come Massimo Moriconi, forte anche sullo strumento elettrico e l’altrettanto poliedrico Ettore Fioravanti, batterista leader di vari progetti, fra cui “Belcanto” e con esperienze prestigiose accanto a Gianluigi Trovesi, Paolo Fresu e Paolo Damiani, fa gli altri. Proprio Paolo Damiani ha fatto da apripista a Mezza, reclutandolo per un suo gruppo e ospitandolo a Roccella Jonica a “Rumori mediterranei”, lo storico festival calabrese di fine agosto.

Dopo un cd più sperimentale in duo con Pagni e pubblicato dalla Spasc(h)!”Mp2”, con questa nuova prova il pianista casertano si cimenta in un repertorio più ”tradizionale”, se così si può dire, in ambito “modern jazz” con un repertorio in larga parte originale a cui si aggiungono reinterpretazioni di brani di diversa provenienza stilistica. Si passa, infatti, da “In Bloom” dei Nirvana, con un andamento funky, a “Skippy” di Thelonious Monk, dove gli angoli del linguaggio monkiano vengono smussati e le asperità sono arrotondate. Si continua con una romantica ballad, “Rachid” di Petrucciani, resa con “devozione” verso l’autore, per concludere con la traccia migliore dell’intero lavoro: “Ana Maria” di Wayne Shorter, intensa e toccante. Gli altri cinque brani sono a firma del pianista. In “Tetachords” si può ammirare l’accompagnamento potente e aggraziato di Moriconi. “Afa” procede con un ritmo languido, quasi stanco e suggerisce un clima esterno ben definito dal titolo. Ne “L’abdicazione-Monza 12-9-2006” si colgono collegamenti fra lo stile del leader ed Herbie Hancock. In “Dove l’amore riposa” spiccano una bella introduzione con il solo Fioravanti e il privilegiare le note alte sulla tastiera, da parte di Mezza, nell’apprezzabile dialogo con il basso, attraverso l’uso di un pianismo “liquido”, come si affermava negli anni settanta. Anche “Like a race” si sviluppa con interventi pregevoli dei tre componenti il gruppo e mantiene un’aria classica di un jazz senza tempo.

In conclusione “Vittorio Mezza Trio” si pone come un punto di riferimento per tre musicisti che hanno l’unica ambizione e la sola prerogativa di saper suonare il jazz, senza la pretesa di entrare nella storia di questa musica come capiscuola.

Gianni Montano per Jazzitalia

http://www.jazzitalia.net/recensioni/vittoriomezzatrio.asp