2008

Birth from a bird

Scrivere sulla musica è un compito tutt’altro che facile e mi fa piacere avere la possibilità di parlarne – seppur brevemente – in questa prefazione. Come afferma V. Jankélévitch ne La musica e l’ineffabile, “la musica testimonia il fattoche l’essenziale in tutte le cose è non so che d’inafferabile e d’ineffabile; essa rafforza in noi laconvinzione che, ecco, la cosa più importante del mondo è proprio quella che non si può dire”.

Da questo clima generale del “non-so-che”,tutti gli esseri, le cose, vivono in uno stato di profonda “intermediarità’”, celato dal reale, traessere-e-non essere, fra vita-e-morte. Quindi l’Essere, la vita, si svuoterebbero di ogni sensoe ragione se noi non usassimo – per parlarne- il linguaggio della contraddizione; se nonparlassimo contraddittoriamente – tra dettoe-non-detto – e non vivessimo tra la presenza concomitante della rivelazione luminosa delreale e la sua oggettiva oscurità non altrettantorivelabile e rilevabile.

Ed è proprio questo equivoco essenziale che la musica fa affiorare in superficie, collocandosi– come uno sterminato sfondo – in quello che Jankélévitch chiama paradossalmente il “regime” dell’ ”Espressivo-inespressivo”; a questo punto, coglierne il mistero diventa “una scommessa impossibile”.Come nel cammino verso l’Ineffabile l’Uomo avverte quel senso di velata impotenza che lo accompagna nella vita, così, dell’ arte, non èmai possibile precisarne l’intento univoco.  E la composizione musicale non rappresenta e non significa nulla, resta come sospesa a se stessa, iato senza ragione e giustificazione, immersa nel suo charme,  impalpabile. Ovviamente,restano fuori da questo discorso lo studio, le motivazioni, l’ispirazione, la predisposizionee tutti quei parametri digressivi appartenenti al ‘soggetto’ compositore che, invece, hanno un peso più che decisivo ed importante per la riuscita dell’’oggetto musicale’. Perciò, mi auguro che questo libro – che nasce esi sviluppa da una piccola idea – possa spingere il musicista, l’esecutore, oltre ogni aspettativa di confronto nella sfera compositivo-esecutiva. L’ispirazione di Birth from a bird. Nell’estate di sei o sette anni fa, nel primo pomeriggio di una giornata infuocata, mitrovavo insolitamente sotto il porticato della mia casa, immerso nei pensieri, cercando – quasi scetticamente – le vie di sviluppo più concrete e personali del mio linguaggio improvvisativo e della mia tecnica pianistica.

Era un momento cruciale per i miei studi musicali: da una partec’era stata la musica classica, dall’altra c’era il jazz e – nel mio piccolo -, al centro, l’immagine di me stesso e del mio personale incollocabile linguaggio improvvisativo. Udii nitidamente – forse non proprio per la prima volta – un suono che giungeva dagli alberi; quasi costante,  che andava man mano definendosi, a tratti ripetitivo, ‘cellulare’ ,  in una parola: musicale. Mi sembrò qualcosa tra un grido ed un lamentoma non certo una richiesta d’aiuto;  piuttosto una segnalazione come di compiaciuta presenza,una richiesta di partecipazione al tempo che scorre e condivisione dell’istante estivo. Era come se qualcuno o qualcosa, volesse attirare –rilassatamente – l’attenzione su di sé, mandando un chiaro segnale. Capii subito che quella presenza rappresentava il cosiddetto ‘la’ introduttivo e che andava, anzi doveva, essere esplicitata senza la minima esitazione. Dunque, nell’afa, corsi nel mio studio e nacque quasi di getto Birth from a bird. Si tratta di un pezzo per pianoforte solo, in cui ho utilizzato diverse tecniche compositive, sviluppando alcune strutture apparentemente semplici, poi espanse nel processo creativo dell’improvvisazione.

Dalla sonorità contemporanea, risulta un intreccio di cromatismo e, al tempo stesso, di forti e strutturali momenti melodici. Ciò si spiega dal fatto che, di base, la composizione si sviluppa su una cellula ‘primordiale’ (di qui l’espressione ‘cellulare’ sopraccitata) che ricopre l’intervallo esatto di un tono, con il seguente movimento direzionale: tono discendente e successivosemitono ascendente, più o meno chiaramente visibile dall’inizio alla fine della composizione. Questa semplice trama intervallare, si tramuta man mano in qualcosa di più complesso, grazie all’utilizzo di tecniche di poliritmia, polimetriae poliarmonia, oltre al continuo interscambio modale ed intervallare. E’ una composizione che richiede anche una certa preparazione ‘ritmica’ (proprio nel senso muscolare) da parte dell’esecutore, soprattutto nei diversi momenti di indipendenza – quasi africana, percussiva – tra le due mani. Vi è poi una certa alternanza di parti che non riportano le stanghette di battuta, con altre molto ben strutturate dal punto di vista metrico, dove la gamma delle dinamiche risulta piuttosto varia ed efficace; unitamente a momenti più riflessivi, evocativi, dove sporadiche poliarmonie si mescolano ad aree modali abbastanza definite. Non manca infine, il ‘contatto diretto’ con lo strumento, che emerge in una brevissima esplorazione timbrica (come a pag. 2 e 21).

 

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