Jazz Convention

Una selezione – non particolarmente originale – di standard per mettere in mostra le qualità di un eccellente pianista. Stiamo parlando di “Mp2”, il punto di incontro di Vittorio Mezza e Stefano Pagni, entrambi diplomati nei rispettivi strumenti, ma non solo: il disco è anche il punto d’incontro di jazz e musica “accademica”, specie nell’accezione contemporanea del termine.

Evidenti sono ad esempio gli echi di un pianismo ereditato dagli “Etudes pour Piano” di Ligeti nella rielaborazione di “Giant Steps” che i due mettono in scena all’inizio del disco. Il brano è completamente trasformato, il tema quasi irriconoscibile, e mette ben in evidenza soprattutto l’eccellente tecnica di Mezza, un tocco preciso, espressivo, sicuro. Non da meno il contrabbasso di Pagni, più in primo piano però nella ben riuscita rivisitazione di “Sno’ peas” di Markowitz, in cui alla tecnica e alla precisione si accompagna un lirismo ancora un po’ acerbo ma sicuramente molto promettente.

Già impostosi alla critica per i suoi concerti in piano solo, nonché come sideman al fianco di musicisti come Taylor e Franco d’Andrea, Vittorio Mezza fa evidentemente suoi gli insegnamenti di grandi virtuosi del pianoforte jazz – spesso anch’essi di estrazione accademica, del resto – come Keyth Jarrett o Paul Bley rielaborando il tutto con uno stile personale, forse più tecnico, sicuramente decisamente espressivo.

In tutto l’album, comunque, il jazz è più che presente: non soltanto nella scelta dei temi (tra cui “Trinkle Tinkle” di Monk, “Impressions” di Coltrane, praticamente irriconoscibile, e “Across the Sky” di Metheny) ma anche nell’andamento e nel mood degli stessi brani. Un jazz nervoso, irritato, dissonante, certo, ma che fa proprio di questo la sua forza e il suo straordinario impatto sonoro. Non è disdegnato nemmeno l’utilizzo dell’elettronica e di effetti, sia applicati al pianoforte che al contrabbasso: ne è un manifesto “Nostalgia in Time Square”, noto tema di Mingus, trasformato in oltre dieci minuti di pura visionarietà, aritmicamente scandita senza essere ossessiva, in un crescendo di armonie allucinanti, subito seguito da “Beyond the Odrivelead”, che come spiega il nome è basato sull’interazione tra il contrabbasso è un synth lead con overdrive.

Futuristico, chimico, allucinato, sclerotico anche più del precedente, “Beyond the Odrivelead” è il primo brano del disco a firma Vittorio Mezza. Tra i tre brani usciti dalla penna del pianista, però, il più interessante – pur senza dimenticare le impossibilità ritmiche e metriche di “Homo Ritmicus”, con evidenti richiami a Steve Reich – è quello che chiude l’album, “Theme for Ayrton”: delicato, quasi in controtendenza col resto dell’album, rivela una sottile abilità nel dialogare per entrambi i musicisti. Una degna conclusione di un album che è già qualcosa più di una promessa.

Diego D’Angelo – Jazz Convention Year 2007