2010

Vittorio Mezza Trio

Vittorio Mezza Trio – ABeat Records

Recorded at Riff Raff Studio Trevignano Romano 2008

1) In Bloom (Nirvana) 4.39
2) Tetachords (V. Mezza) 7.10
3) Skippy (T. Monk) 5.39
4) Afa (V. Mezza) 7.02
5) L’ Abdicazione – Monza 12 sett 2006 (V. Mezza) 2.42
6) Rachid (M. Petrucciani) 4.56
7) Dove l’ Amore Riposa (V. Mezza) 6.12
8 ) Like a Race (V. Mezza) 5.35
9) Ana Maria (W. Shorter) 5.51

 

 

 

Credo che per un musicista sia necessario un piccolo sforzo per parlare della propria musica. Quali conclusioni trarre? Quali conseguenze dedurre, così, da dentro?
E’ un pò come inabissarsi sapendo di dover risalire subito, in una sorta di immobilità ontologica unita ad un senso di sfiducia nei confronti del linguaggio, ai limiti della tautologia.

D’altra parte, non vorrei indurre a pensare che la musica possa acquistare profondità solo nell’ ideologia del musicista. Occorre perciò grande lucidità per non scadere in sterili speculazioni, quasi che, l’unico modo per riflettere davvero su di essa, fosse crearla.
Non è facile precisare l’intento univoco della musica nel momento presente – a maggior ragione se è pervasa dall’improvvisazione -, poiché il suo senso arriva dopo, si riferisce al momento successivo, si forma al presente ma si sviluppa al futuro: è nel poi che avrà un significato.

Possiamo dire che, assimilando il tempo totale dell’Uomo, si situa nella profondità stessa della vita vissuta come bisogno di qualcosa da dire, ma cosa realmente?
A tal proposito, mi piace citare l’inespressivo di Jankélévitch che, in musica, si riferisce non al suo vuoto (espressivo) ma alle sue innumerevoli possibilità interpretative e, quindi, libertà di scelta: «…non è fatta perché se ne parli ma perché si faccia, non è fatta per essere detta ma per essere “messa-in-opera”». Sospesa a se stessa, giace in uno stato di intermediarietà necessaria, incessantemente coinvolta «…in quell’instancabile gioco col silenzio, che soltanto la fa essere».

Forse la verità nella musica risiede nello charme che essa racchiude, nella sua sincerità morale e nelle inesauribili forze interne, nella nostra aderenza allo charme stesso, incrocio tra “stato di grazia’’ ed elevato stadio mentale; infine, realmente, «…nell’esserci insieme, come essere-nel-mondo» (M. Heidegger).

Il trio è un luogo magico, intimo, perfetto nòcciolo per la fusione dell’Io, in un continuo ma precario equilibrio, che può sgretolarsi al minimo spostamento, cedere alla più piccola naturale incertezza.

Ma quanto conta il piacere della sfida continua, del viaggiare su di un filo sottile, asse invisibile di convergenza tra le voci, nel «…tempo in cui si è l’uno con l’altro..» , l’esserci, appunto!

Tutto ciò che in musica mi sembra oggi:
Equivoco essenziale
Verità
Espressivo-inespressivo
Desiderio feroce
Reticenza o contrapposizione a qualcosa
Tra detto e non-detto
Condivisione,
spero che affiori nella musica di questo trio.

Vittorio Mezza 2009

ENGLISH VERSION

I think it’s important for a musician to make an effort to be able to explain his/her own music. What conclusions can be drawn from it? What can be deduced from it?
It’s a little bit like throwing oneself into an abyss, knowing that one has to get out of it right away, into a kind of ontological immobility with a feeling of mistrust in the face of language, pushing the boundaries of tautology.

On the other hand, I would not like to mislead people into thinking that music can only acquire depth of meaning in musician’s ideology. Great clarity is therefore needed to not fall into sterile speculation, so much so that, the only way to truly reflect upon it, is to create it.

It’s not easy to specify the ambiguous purpose of music whilst it is being performed, this is all the more so if it consists of improvisation, given that its meaning is understood only after the event, what is being played now concerns the next moment; whilst formed in the present it is developed in the future and here it acquires its meaning.

We can say that, in assimilating the total time of man, music is to be found in the depth of life lived as the need to express something. But what exactly?
To this end, I like citing the inexpressive of Jankélévitch which, in music, refers not to its emptiness (expressive emptiness) but to its uncountable  interpretative possibilities and, therefore, freedom of choice: «…[music] is not created in order to be talked about but to be played; it is not made to be spoken but to be “put-into-action”». Hanging onto itself, it lies in a necessary intermediary state, incessantly part of «…that untiring play with silence, which simply enables it to exist».

Perhaps truth in music lies in the charme it encloses, in its moral sincerity and its inexhaustable inner strength, in our adherence to charme itself, a cross between a “state of grace” and an elevated mental stage; finally, actually, «…There-being together as a being-within-the world» (M. Heidegger).

The trio is a magical place to be, intimate, the perfect core for the fusion of the self in into a continuous but precarious equilibrium which can disintegrated at the slightest shift, subside at the tinest natural uncertainty.

But how great is the pleasure of the continuous challenge, the journey along a fine thread – invisibile axis of convergence between the voices «…during the time one is together with the other..», being!

If music is:
essential ambiguity
truth
expressive-inexpressive
ferocious desire
reticence or opposition to something
between said and unsaid
sharing,
I hope that it might come into being in the music of this trio.

Vittorio Mezza 2009