Intervista sul bimestrale JAZZIT a cura di Luciano Vanni

‘’LIFE PROCESS’’ (ABEAT RECORDS/FASTLINE, 2012) E’ IL TITOLO DEL RECENTE PIANO SLO DI VITTORIO MEZZA. NE PARLIAMO CON L’AUTORE.

«L’amore per il jazz è arrivato, paradossalmente, con l’improvvisazione nel rock. Parallelamente allo studio in Conservatorio, suonavo composizioni dei Genesis, Pink Floyd e Led Zeppelin». Vittorio Mezza

‘’Life Process’’ è il tuo primo piano solo, un disco che rivela un gusto per l’improvvisazione ma anche una solida preparazione classica.

È vero, anche se c’è da dire che mi sento un po’ onnivoro, un grande amante di tutta la buona musica. Quando mi sono diplomato in pianoforte al Conservatorio di Benevento, avevo già capito che la musica classica non sarebbe stata la mia scelta professionale. Nonostante ciò ho avuto la lucidità di capire che quel bagaglio culturale e di studio sarebbe potuto essere utile, come credo poi sia stato. Apprendere il metodo d’analisi e di studio di una partitura, stare ore e ore sullo strumento in nell’ambito della musica classica, è stata un’esperienza di notevole importanza e che mi ha forgiato. 

E quali sono stati i  compositori che ti hanno maggiormente influenzato e che possiamo ritrovare tra le pieghe di ‘’Life Process’’?

Me ne vengono in mente almeno tre: Bach, Debussy e Bartók. In Bach vedo un disegno architettonico incredibile e qualsiasi linea lui scriva ha un senso, una coerenza e una forza che fa la differenza; mi affascina la sua visione contrappuntistica. Della musica di Debussy, soprattutto per quanto concerne le partiture che ho studiato, sono rimasto ammaliato ad esempio dagli accordi lunghi, da una sorta di staticità evocativa, o meglio stabilità, da quella atmosfera trasognante che pervade la sua scrittura, dove riconosco i modi e le masse accordali folte e verticali. Di Bartók amo il senso delle percussioni, i suoi ritmi e le visione dell’Est.

E poi il jazz, che è l’autentico protagonista della registrazione.

«L’amore per il jazz è arrivato, paradossalmente, con l’improvvisazione nel rock. Parallelamente allo studio in Conservatorio suonavo composizioni dei Genesis, Pink Floyd e Led Zeppelin e ho iniziato ad improvvisare proprio su questo materiale musicale (sebben sin da ragazzo avevo già questo tipo di approccio). Per me l’improvvisazione è un esperienza di fondamentale importanza e con ‘’Life Process’’ ho cercato di elaborarla ed esprimerla nei contesti più diversi.

Il tuo è un pianismo riflessivo, intimo e profondo, che agisce per sottrazione di note. Ce ne parli?

Ho sempre amato studiare, per l’appunto in profondità la musica e le possibilità espressive legate al  mio strumento – che poi è una vera e propria orchestra. Mi piace abbandonarmi all’improvvisazione, giocando con armonici, effetti timbrici, registri, contrappunti, ritmi scomposti; ma sono anche profondamente rapito dal fascino della bella melodia, come quella di Caravan che ho registrato.

Come giudichi ‘’Life Process’’?

Un disco vero. Ciò che si ascolta è la mia idea di musica e del suonare nei nostri giorni, un qualcosa che mi appartiene e che sintetizza il mio percorso di studio, i miei ascolti e tutte le mie esperienze di vita. E ciò penso si avverta anche nell’elaborazione della bella canzone di Pino Daniele, ‘’Quando’’ e in una manciata di standard jazzistici: Mr. P.C., Caravan, On Green Dolphin Street e Well You Needen’t. Interpretare in maniera fresca un brano composto sessanta anni fa, ha un fascino enorme ma rappresenta al tempo stesso una sfida estrema: o lo senti tuo o altrimenti ci si riproduce in un esercizio di stile.