Il Pianoforte di Vittorio Mezza

Un uomo, un musicista, che si racconta in un turbinio di emozioni dal sapore antico, ma che non perdono mai il loro fascino. Nascosti in un cassetto e poi esposte per le grandi occasioni. Vittorio Mezza ci racconta origine e storie legate al suo rapporto con il piano.
Ti va di raccontarci il tuo primo incontro con la musica e nello specifico con il pianoforte?
“Ho iniziato a suonare da bambino, dapprima il saxofono ma, dopo pochissimo, ho ‘trovato’ il pianoforte. Ho dei bellissimi ricordi legati all’arrivo a casa del mio primo strumento, sensazioni forti legate a quell’epifania strumentale, unita ad un senso di vera e propria scoperta di un nuovo mondo – come scrivo all’interno del booklet dell’album: ‘dai colori, all’odore del legno – con le sue macchie e venature incantate – all’esplorazione delle viscere dello strumento, al tatto con l’avorio, la ghisa e le corde, al pensiero di quell’architettura magica e meravigliosa nascosta dietro alla produzione di ogni singola nota prima, di semplici melodie, di incredibili infinite sfumature e di timbri inconsueti poi; ai remoti e ormai sfocati motivi di quella che solo allora, nel passato, risultava essere una naturale ed apparentemente inattesa scelta inconscia’. Con il pianoforte un rapporto intenso”.
Diplomato al conservatorio e successivamente ri-diplomato in musica jazz. Quanto è importante una formazione di base classica?
“Può aiutare. Ho cercato di convogliare la tecnica e l’esperienza degli studi classici nel mio linguaggio improvvisativo e compositivo cercando di sfruttarne tutte le sfaccettature: il pianoforte è uno strumento apparentemente di facile approccio a livello di produzione iniziale del suono ma, in realtà, rappresenta una vera e propria orchestra da dosare e ben calibrare nelle sue infinite nuances”.

“Life Process” il tuo nuovo album. Ci racconti questo progetto?
“La conferma di un rapporto duraturo che viene cristallizzato in dieci composizioni – cinque originali e altrettanti standards – nella ricerca di unitarietà, coerenza e varietà al contempo, in linguaggio che sembra proiettare un’evidente linea di fuga dal reale. Perciò, si perdono i confini tra la vita e l’arte: la musica è intesa come processo di vita, movimento, velocità tra le velocità, creazione di una dimensione parallela al reale che sta nel mezzo, ma che non è più sovrapponibile ad esso, finisce per prenderne il posto”.
All’interno dell’album, una traccia è dedicata al brano Quando di Pino Daniele, come mai questo brano fra i tanti del repertorio musicale campano?
“Ho scelto questo brano perché è uno tra i più significativi di Pino Daniele. Sin da ragazzo, ascoltandolo come colonna sonora nel film di Massimo Troisi, me ne innamorai. Dopo vent’anni, inconsciamente, ho deciso di farne una mia rivisitazione partendo proprio dalla sua